Susanna Camusso: “voto convintamente No al Referendum sul taglio del Parlamento”

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Una convinzione maturata soprattutto per due ragioni, a mio avviso fondamentali: da un lato la gerarchia
delle fonti e dall’altro la convinzione che la filosofia del “tutto è casta” dall’antipolitica  può portare solo a
derive più o meno autoritarie.
I e Le costituenti definirono i principi fondamentali come parte immodificabile della Costituzione, ed
indicarono una compiuta procedura per le modifiche delle altre parti, che impegna il Parlamento in un
lungo processo.
Per intervenire sulla Costituzione serve, quindi, un’idea, un progetto compiuto la cui elaborazione e
proposta deve avvenire in Parlamento.
In questo processo ne consegue, innanzitutto , che il Governo sia uno spettatore e non un protagonista.
Ogni qualvolta che il governo ha voluto assumersi la paternità di una riforma costituzionale (2006-2016)
non ha trovato consenso nel voto popolare.
Ne consegue inoltre che la modifica della Costituzione deve essere compiuta e mantenere coerenza con
l’insieme delle norme costituzionali. E quindi non può essere giustificata attraverso la promessa di una
legge ordinaria come quella elettorale.
Vale ricordare che la nostra Costituzione disegna una Repubblica Parlamentare. Viene scritta ed approvata
a fronte della recentissima – allora – conquista del suffragio universale, nell’ambito di una concezione del
diritto al voto che è anche dovere civico.
La composizione numerica del Parlamento su cui discusse e deliberò l’assemblea costituente era in ragione
un criterio di proporzionalità, di rappresentanza del popolo e non – come qualcuno afferma con disprezzo
istituzionale- di un desiderio di poltrone.
Il testo costituzionale non prevede un numero arbitrario – come è nella modifica sottoposta a referendum,
ma la scelta risponde a un principio di rappresentanza che dovrebbe guidare l’azione politica.
Qui il problema: la norma derivante dalla modifica non garantisce equità di rappresentanza, anzi determina
diseguaglianze, come se non ne avessimo già molte nel paese.
Diseguaglianze di rappresentanza, diseguaglianze di accesso, o meglio di mezzi necessari per provare a
candidarsi, diseguaglianze nel rapporto tra maggioranza e minoranze:
Cosa rispondono i fautori del si : poi faremo la legge elettorale e definiremo le regole per permettere che il
parlamento funzioni.
Facendo così dipendere la coerenza del dettato costituzionale da una legge ordinaria.
Questo è il vulnus che, dietro l’apparenza innocua del quesito vuoi si o no ridurre il numero dei
parlamentari, si manifesta. Sarebbe in questo modo possibile cambiare il grado di democrazia del paese
garantito dalla Costituzione, attraverso una legge ordinaria.
Quindi in ragione di maggioranze o convenienze del momento.
Il massimo dell’instabilità e dell’incertezza della costituzione materiale del paese.
Da tempo abbiamo imparato che la gerarchia delle fonti non è un ubbia dei giuristi, ma ciò che permette ad
ognuno di avere certezza dei propri diritti, dell’efficacia dei suoi comportamenti.
Fonte primaria è la Costituzione poi tutto il resto.
Non il numero di parlamentari ma questa controriforma implicita è l’origine del mio no.
Sommessamente, poi, credo che aver bisogno di discutere mediamente ogni due anni di una nuova  legge
elettorale – che vorrebbe essere panacea dei problemi della politica o dei guai compiuti sull’assetto
istituzionale – sia segno non di volontà riformatrice, ma della profondità della crisi della politica, che sempre
più sposta dalla partecipazione alla cooptazione la rappresentanza.
Gli amanti del confronto con altri paesi credo farebbero molta fatica a trovare altre nazioni democratiche
che cambino le leggi elettorali con tanta disinvolta frequenza.

La seconda ragione è che questa norma sottoposta a referendum è la più recente conseguenza della
giornalistica invenzione della casta, tradotta in linea di antipolitica.
Linea che in questi anni è diventata molto popolare, ed è stata sposata da tutte le forze politiche, in una
straordinaria ed efficace opera di distrazione di massa.
C’erano e ci sono privilegi sì, ma perché non si è intervenuti?
La rappresentanza democratica è tale se ognuno può essere elettore, ed eleggibile.
Se non ci sono regole eque e trasparenti di finanziamento, la politica diventa appannaggio esclusivo di chi
può permetterselo.
Come la sanità è diventata un costo invece che l’attuazione di un diritto universale, così la partecipazione
politica.
Quale poi sia l’ipotetico risparmio di questa norma, lo sappiamo e ben di più si spenderà per ripararne i
guasti, se non riusciamo a fermare questa scelta.
Certo dicono molti non sarà il numero di parlamentari che ridarà qualità alla politica, vero, ma all’inverso
cedere a questa deriva sarà senza dubbio alimento all’indebolimento della Costituzione.
Guai ne sono già stati fatti, ma non è mai una buona ragione per farne altri.