I governi passano, la Costituzione resta. 3 ragioni per il No – huffpost

Condividi

Di Alfredo D’Attorre e Arturo Scotto

In meno di vent’anni siamo al quarto referendum su progetti di riforma della Costituzione. Non crediamo ci siano precedenti analoghi nelle altre grandi democrazie occidentali.

Va detto che la riforma costituzionale su cui il 20 e 21 settembre si pronunceranno i cittadini ha una portata molto più limitata rispetto agli ultimi due tentativi promossi da Berlusconi e Renzi, fortunatamente bocciati a larga maggioranza dagli elettori.

Così come va chiarito in premessa che la riduzione del numero dei parlamentari non rappresenta di per sé un attacco alla democrazia. Nella scorsa legislatura, da parlamentari, noi stessi abbiamo presentato proposte in questo senso, ma sempre all’interno di un pacchetto di interventi in grado di assicurare l’equilibrio istituzionale e la tutela della rappresentanza, a partire da una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 4% (analogamente a quanto già previsto per le elezioni europee).

Va ribadito, inoltre, che il referendum non c’entra nulla con il governo. Vediamo anche noi posizionamenti ispirati da un “No insincero”, interessato a far saltare il governo Conte più che la riduzione dei parlamentari. Tuttavia, il modo migliore di contrastare queste manovre non è quello di opporre un “Sì di necessità”, ma quello di ribadire con la massima forza il principio della rigorosa distinzione fra il piano del governo e quello della Costituzione: i governi, piacciano o meno, passano, la Costituzione resta. A questo principio ci siamo attenuti nella scorsa legislatura, affrontando anche scelte difficili sul piano politico e personale, e questo principio va riaffermato oggi.

Il nostro partito politico, Articolo Uno, ha deciso per la libertà di voto nel prossimo referendum, pur non sottacendo i profili critici della riforma nel contesto attuale. Scelta che difendiamo perché sulla Costituzione non può esserci un appello alla disciplina. 

Noi vogliamo qui indicare le tre ragioni fondamentali per le quali, a titolo personale, esprimeremo un No convinto.

In primo luogo, mancano del tutto le indispensabili condizioni di cornice della riduzione dei parlamentari. Per la legge elettorale proporzionale si arriverà prima del 20 settembre solo all’adozione del testo base in Commissione nel primo passaggio parlamentare.

Bisogna nutrire un ottimismo che sfocia nell’ingenuità per ritenere – alla luce della totale inaffidabilità sul tema di cui ha dato prova Italia Viva in questi mesi, di una maggioranza risicata al Senato, del voto segreto previsto alla Camera e della contrarietà delle opposizioni – che dopo il referendum la vittoria del Sì determini le condizioni per l’approvazione di una legge proporzionale con uno sbarramento significativo.

Gli altri correttivi di natura costituzionale non sono stati approvati al momento neppure in un ramo del Parlamento e necessitano di un iter di 4 letture. È peraltro dubbio che essi possano risolvere del tutto gli enormi problemi di rappresentanza che si determinerebbero al Senato, dove in molte Regioni la soglia di sbarramento implicita sarebbe superiore al 15%. Il primo No è quindi rivolto a un taglio al buio, senza nessuna concreta garanzia dei correttivi necessari.

Il secondo No che va pronunciato è quello alla lunga stagione dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. È assolutamente vero che questa stagione non comincia con il M5S, che si è mosso su un terreno abbondantemente arato da quelle stesse forze imprenditoriali e giornalistiche, che oggi improvvisamente si mostrano scandalizzate degli effetti. Ma proprio chi, come noi, crede nel valore strategico della collaborazione con il M5S e dell’alleanza di governo ha il dovere di battersi per dare a questo progetto politico una base credibile.

Bisogna ribaltare l’atteggiamento finora prevalente nel centrosinistra, che ha assecondato troppo i 5S sulle cose su cui vanno contrastati, come l’antipolitica e i residui di giustizialismo, mentre li ha talora frenati su quelle su cui hanno ragione e sono riusciti ad assorbire parte del voto popolare perso dalla sinistra, come la protezione sociale e l’intervento pubblico nell’economia.

Il terzo No è alla risorgente tentazione di manomettere la Costituzione con riforme improbabili e sbagliate. Evidentemente il messaggio che i cittadini hanno lanciato con gli ultimi due referendum costituzionali è stato già rimosso.

Salvini e Meloni sostengono il Sì per arrivare al presidenzialismo e a un federalismo spinto, mentre il Pd ha resuscitato il bicameralismo differenziato come completamento del taglio dei parlamentari, come se il 4 dicembre 2016 non fosse successo niente.

Allora la vittoria del No è anche il modo per dire definitivamente alla classe politica: governate, ma smettete una volta per tutte di scaricare le vostre difficoltà o incapacità sulla Costituzione repubblicana, che è la risorsa migliore che resta all’Italia.