UNA DECISIONE INEVITABILE DI FORTE VALORE POLITICO E SIMBOLICO

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Dell’avvocato Felice Besostri, del Comitato per il no al taglio del Parlamento

Il referendum popolare costituzionale, l’aggiunta di confermativo non ha alcun supporto costituzionale (art. 138) e normativo (art. 15 l.n. 352/1970), non ha quorum, quindi ogni decisione diversa (astensione dal voto, scheda bianca o nulla), qualunque sia la motivazione nobile o opportunista, che sia, è irrilevante. Nel caso concreto, stando ai sondaggi pubblicati, è un sostegno diretto alla conferma di una revisione costituzionale incostituzionale, per violazione di un “principio supremo”, l’uguaglianza iniziale dei cittadini intangibile secondo la sentenza della Consulta n. 1146/1988 anche da norma di rango costituzionale. Mai, come in questa occasione, anche se atei o agnostici razionalisti, si apprezza l’evangelico “Sia invece il vostro parlare  sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”(Matteo 5, 31-42). La centralità del Parlamento non viene ristabilita dall’esito referendario, ma segna una direzione di marcia per i provvedimenti futuri in specie sulla forma di governo e di Stato. Un Parlamento, che si autoriduce con un maggioranza del 97% alla quarta definitiva approvazione, per consacrare una nuova maggioranza di governo, diversa, ma non alternativa, rispetto a quella delle tre precedenti votazione, rinuncia anche formalmente alla forma di governo parlamentare. Non solo, la modifica degli artt. 56 e 57 Cost. ha diretto ed immediato effetto sui valori assoluti dei quorum di maggioranza di altri articoli quali l’83 (elezione del Presidente della Repubblica), il 90 (messa in stato d’accusa del Capo dello Stato), il 104 (elezione dei membri laici del CSM) e il 135 (composizione della Corte Costituzionale). Con la legge elettorale vigente n. 165/2017 Rosatellum peggiorata in senso maggioritario dalla legge n. 51/2019, pensata apposta per la riduzione dei parlamentari come l’Italicum per la deforma costituzionale Renzi Boschi, una coalizione con il 30-35% dei voti omogeneamente distribuiti sul territorio nazionale, a differenza del 2018 ( al Nord cdx, al Centro PD, al Sud M5S).come mostrano le tendenze emerse dalle europee 2019), ha la maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune che scende a 303/304 (dipende dai senatori di diritto), rispetto ai 476 attuali, ma composta da parlamentari nominati e più facilmente controllati dai segretari dei partiti di maggioranza. L’esecutivo diventerà ancora di più  l’organo che traccia l’indirizzo politico e il Presidente del Consiglio, leader o garante della maggioranza, avrà una posizione sovraordinata allo stesso Presidente della Repubblica. Due sono gli scenari o Mattarella sarà confermato o sostituito da questo Parlamento, ancora plurale, anche se squilibrato (dov’è la sinistra?)  dal 2023 sarà sotto il controllo del Parlamento tagliato ovvero il successore, in caso di vittoria del SI’ e di elezioni anticipate, sarà espressione della nuova omogenea maggioranza, che eleggerà nominerà 9 membri su 15 della Corte Costituzionale, che interromperà il processo di riduzione delle aree  sottratte al controllo di costituzionalità affermato solo teoricamente. L’accesso diretto alla Corte Costituzionale del singolo parlamentare non è stato concretamente assicurato. E nel silenzio dei media respingendo il ricorso della Basilicata ha affermato che una regione può impugnare una revisione costituzionale non ancora in vigore. Un contentino dato a termine di impugnazione scaduto, ma invocabile finché non sarà normalizzata con la vittoria del SI’. Dipenderà dal futuro Presidente. Speriamo.

Felice Besostri